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Se cerchi pacche sulle spalle e rinforzi ai muri dei tuoi ghetti mentali, non comprare Occidentale. Se desideri essere adulato, rassicurato, coccolato, circuito, corteggiato, non comprare Occidentale. Se ami il giornalismo farabutto, la cultura fraudolenta, il pensiero esangue non comprare Occidentale. Se vai in visibilio per Repubblica, il Corriere della Sera, L’Unità, L’Internazionale, Micromega, L’Espresso, El Pais, Le Monde, The Economist, il Times continua pure a leggerli e soprattutto non comprare Occidentale.
Se invece vuoi critica radicale, pensiero senza padrini e senza padroni, analisi non conformi, allora l’unica tribuna in cui puoi trovare il nutrimento per il tuo cervello e la tua anima è proprio Occidentale. Una rivista che esiste da 40 anni, che ha una sua storia e un suo ruolo ben definito nel panorama editoriale italiano e in cui da qualche anno ha fatto irruzione la carica vitalista di CasaPound, rinnovandone grafica e contenuti. Una rivista così antica eppure così nuova, quindi. Un foglio redatto da un manipolo giovane e agguerrito, al lavoro con sudore, nervi, sorriso ed entusiasmo. L’espressione febbrile di una comunità in marcia. Uno strumento fondamentale rispetto al quale ogni sostegno, di qualunque tipo, assume il valore di un essenziale atto militante.
Resta da chiarire il perché di un nome così impegnativo e carico di significati anche ambigui. “Occidente” è, etimologicamente, sol occidens, sole che declina. E’, storicamente e geopoliticamente, quel lembo di terra nato per odio dell’Europa e che poi ha riassorbito il vecchio continente a suon di bombe al fosforo, imponendo al mondo intero un regime di arroganza, rapina e omologazione. E’ occidentale per rivendicare questo Occidente, il nostro Occidentale? Certo che no, e su questo non sussistono ambiguità di sorta.
Ma come dice Hölderlin, «là dove è il pericolo, là è ciò che salva». Non esistono fughe dal tempo, dallo spazio, da se stessi: occorre vivere a pieno e fino in fondo l’epoca che ci è toccata in sorte, assaporandone le contraddizioni fino a trasformare il veleno in farmaco. Occidente è il nome di un destino rispetto al quale non possiamo semplicemente voltare le spalle. E come nelle antiche saghe si attraversa il fuoco per uscirne rigenerati, allo stesso modo l’Occidente va attraversato, rimanendo immuni dalle sue seduzioni ma vivendone tutte le dinamiche con consapevolezza. Per riemergere infine al di sopra e al di là delle menzogne di un’epoca molle e senza cuore.
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Sessantotto anni fa l'attacco al Leviatano
Il 7 dicembre 1941 i piloti del Sol Levante attaccavano il borioso, arrogante, impunito, Leviatano colpendone la flotta a Pearl Harbour.
Urlo di attacco: Tora! Tora! Tora!

Le poche righe che seguono non vogliono essere la minuziosa ricostruzione storica delle vicende che videro protagonista Bettino Craxi, ma semplicemente offrire una visione “altra” dell’ex leader socialista, al di là delle grida indignate delle legioni travagliane, ma anche delle rivalutazioni di comodo effettuate sia dal centro-destra (con Berlusconi che ne condivide l’aspra avversione alla magistratura) che dal centro-sinistra (penosamente alla ricerca di identità).
In quello stesso anno, durante i 55 giorni del sequestro-Moro, fu uno dei pochi politici a spingere per l’apertura di trattative con le Br, contro la «linea della fermezza» espressa dai maggiori partiti del paese: DC e PCI. Questa inaspettata dimostrazione di coraggio ed indipendenza portò il leader democristiano a rivolgersi direttamente a Craxi in alcune lettere dalla prigionia, chiedendogli di fare il possibile per mobilitare la classe dirigente italiana, che però rimase sorda. Una fermezza pericolosamente vicina all’essere un colpevole disimpegno, come ribadito da recenti inchieste giornalistiche (vedasi ad esempio quella ad opera di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, culminata nel libro del 2008 Doveva morire).
Il suo terreno privilegiato d’impegno però fu quello mediterraneo, volto alla creazione di un vero e proprio asse commerciale e culturale con i paesi arabi. Incentivò collaborazioni ed interventi dell’IRI e dell’ENI nei paesi della zona, guadagnandosi ampio credito, come testimoniato dalla vicinanza delle autorità tunisine nei suoi ultimi anni di vita. Anche Arafat fu un suo grande amico, vista l’opera craxiana di opposizione alla «visione di un grande Israele, installato anche su territori che sono abitati ed appartengono a popolazioni arabe e palestinesi», come disse nel 1982, proprio dopo un incontro con il leader palestinese.
Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e del sistema sovietico diede definitivamente ragione alle battaglie anticomuniste di Craxi, che sin dagli anni giovanili era stato accanto al mondo dei dissidenti di quei paesi. Le sue opere in questo senso furono innumerevoli: dalla candidatura al Parlamento Europeo dell’esule cecoslovacco Jiri Pelikan, alla promozione della «Biennale del dissenso» del ’77 (alla quale fu l’UNICO capo di partito italiano a partecipare), fino alla vicinanza culturale e finanziaria ai movimenti d’opposizione al sistema. Per capire la dimensione della sua opera, basti ricordare le parole di Lech Wałęsa (foto), leader di Solidarność: «Non saprei dire oggi come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Craxi».

