martedì, 08 dicembre 2009
Venerdì mattina. Girando su Facebook, vengo a sapere che «Repubblica» – il quotidiano della Sinistra al caviale e dal buonismo sempre in canna – ha pubblicato sul suo inserto settimanale – con tanto di copertina! – un dossier su CasaPound. Esco di corsa e mi precipito all’edicola, sperando che il mio fido giornalaio non abbia esaurito il pregiato foglio. Pericolo scampato, nonostante una punta di ribrezzo per aver dovuto spendere ben 1 euro e 50 per il quotidiano dei facchini di De Benedetti. Vabbe’ dài, pe na vorta se po fà…
 

Ora, però, lo devo ammettere: sono partito prevenuto. Prima di aprire il settimanale mi son detto: «Figurati che cosa avranno potuto scrivere questi qui su CasaPound. Sono sicuro che, una volta letto, mi accorgerò di aver buttato i soldi e di essermi roso il fegato invano».

In effetti, alla fine della lettura le palle mi girano non poco. Devo dar loro atto, tuttavia, che ci sanno proprio fare: linguaggio apparentemente obiettivo e super partes, condito però da sarcasmo strisciante e frecciatine varie, sapientemente distribuite nelle non troppe pagine del dossier. Toni un po’ paternalistici e un po’ moralistici, attenta e meticolosa salvaguardia della “scientificità” del giornalismo da inchiesta, e il gioco è fatto. Quasi ti viene lo sconforto, appurando con quali specialisti della deformazione ti tocca combattere.
 

Ora, sarebbe inutile prendere le singole parti degli articoli e delle rubrichette varie per confutarle. Mi limito solo a qualche considerazione.
Innanzitutto, perché dopo Oltrenero si sentiva il bisogno di un altro dossier del genere? In effetti, le linee-guida e gli scopi del «Venerdì di Repubblica» sono più o meno gli stessi (con foto di Cosmelli e articolo di Mathieu inclusi). Forse che il vostro Oltregrigio (come lo ha ribattezzato Scianca) se lo sono filato in pochi? Forse sì: e allora vai con l’insertone di uno dei quotidiani più venduti in Italia (con tanto di copertina)!
 

Insomma: c’è una «tribù» (p. 15) che sta crescendo, che «rivendica il fascismo», che però al tempo stesso rompe e supera gli schemi e – sommo pericolo – sta mietendo numerosissimi consensi nelle scuole. E il lato politico? Si sono chieste le Vestali della Costituzione, perché CasaPound cresce? Solo per la saldezza della comunità? Solo perché ha rinnovato il linguaggio? Solo perché parla del «Che»?
In verità i Supremi Tutori della Democrazia se lo sono chiesto e l’hanno pure capito. Gli è che non ce lo vogliono dire. Eh sì, sono un po’ neghittosi e oziosi di questi tempi… Dov’è il «Mutuo Sociale»? Dov’è «Tempo di essere madri»? Dov’è, insomma, la politica, cioè il cuore di CasaPound? Be’, non crederanno mica di aver archiviato la pratica con qualche rigo, spero?!
 

Dov’è la cultura? Dov’è l’«Ideodromo», il posto dove corrono le idee?
Dov’è l’arte? Dov’è il Circolo Futurista? Dov’è il Turbodinamismo? Nulla.
 

In poche parole: ristiamo di nuovo a Oltrenero, e già Scianca ci aveva detto più o meno queste cose.
Ma allora perché? Anche a questo aveva risposto Antonini, parlandoci sempre di Oltrenero: la paura. La paura di un fenomeno che non si riesce a ricondurre negli angusti schemi convenzionali, che sono poi la garanzia del “quieto vivere democratico”. La paura di non riuscire a capire e spiegare sino in fondo un’avanguardia. Be’, comprensibile: ma, infatti, che c**** di avanguardia è quella che si fa capire da tutti (specialmente da quelli che ragionano secondo i vecchi steccati ideologici)? Non sarebbe un’avanguardia allora…
 

Ma – e qui è il succo di tutta la questione – perché aver paura e lanciare l’allarme? Forse che CasaPound, ora come ora, è in grado di contendere la supremazia ai colossi della partitocrazia italiana, di dichiarare guerra alla mafia politica, economica e culturale che in Italia la fa da padrone? No di certo!
Il motivo è un altro. In questo ci viene in soccorso Ernst Jünger che, descrivendo il funzionamento delle nuove dittature liberal-capitalistiche nel suo celeberrimo Trattato del Ribelle, ebbe a dire:
 

«Dal punto di vista tecnico, le elezioni in cui il cento per cento dei suffragi risulta conforme all’orientamento desiderato non presentano difficoltà di sorta. […] Cento per cento: ecco la proporzione ideale, che rimane irraggiungibile come tutti gli ideali. […] Nei luoghi in cui la dittatura ha ormai consolidato la propria posizione, il novanta per cento dei consensi sembrerebbe un risultato troppo modesto. Un uomo su dieci sarebbe in cuor suo un nemico: non si può pretendere che le masse accettino una cosa simile. E invece, un totale di schede nulle o di voti contrari che si aggiri attorno al due per cento sembra non solo tollerabile, ma addirittura vantaggioso. […] Gli organizzatori traggono un duplice vantaggio da quei due voti: in primo luogo essi conferiscono attendibilità agli altri novantotto in quanto attestano che ciascuno avrebbe potuto esprimersi come quel due per cento. Ogni voto favorevole acquista così valore, autenticità e validità. Per le dittature è importante dimostrare che con esse non è venuta meno la libertà di dire di no. Ed è questo uno dei più grandi complimenti che possano essere rivolti alla libertà.
Ma il nostro due per cento offre anche un secondo vantaggio: tiene vivo quel movimento incessante di cui le dittature hanno bisogno. […] Il cento per cento significherebbe l’ideale, con tutti i rischi che comporta il raggiungimento di un traguardo. […] Sempre, dinanzi allo spettacolo di una grande fraternità, bisogna chiedersi: dov’è il nemico? […] Il semplice consenso non basta alle dittature: per vivere esse hanno bisogno altresì di incutere odio e, per conseguenza, di seminare il terrore».
 

Ci sono molti modi di «incutere odio» e «seminare terrore»: uno potrebbe essere, ad es., quello di approntare un dossier, apparentemente bonario e paternalistico, che ti sciorina una realtà deformata e caricaturizzata, ma comunque convincente e allarmante.
Leggi l’insertone di «Repubblica», fai qualche smorfia, ti indigni e ti rincuori perché il tuo antifascismo brevettato e preconfezionato ha ancora un senso. Ritorni alla rassicurante tranquillità della «dittatura del sorriso» e passa la paura. Per ora…
Augusto Movimento
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martedì, 08 dicembre 2009

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lunedì, 07 dicembre 2009

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Se cerchi pacche sulle spalle e rinforzi ai muri dei tuoi ghetti mentali, non comprare Occidentale. Se desideri essere adulato, rassicurato, coccolato, circuito, corteggiato, non comprare Occidentale. Se ami il giornalismo farabutto, la cultura fraudolenta, il pensiero esangue non comprare Occidentale. Se vai in visibilio per Repubblica, il Corriere della Sera, L’Unità, L’Internazionale, Micromega, L’Espresso, El Pais, Le Monde, The Economist, il Times continua pure a leggerli e soprattutto non comprare Occidentale.

Se invece vuoi critica radicale, pensiero senza padrini e senza padroni, analisi non conformi, allora l’unica tribuna in cui puoi trovare il nutrimento per il tuo cervello e la tua anima è proprio Occidentale. Una rivista che esiste da 40 anni, che ha una sua storia e un suo ruolo ben definito nel panorama editoriale italiano e in cui da qualche anno ha fatto irruzione la carica vitalista di CasaPound, rinnovandone grafica e contenuti. Una rivista così antica eppure così nuova, quindi. Un foglio redatto da un manipolo giovane e agguerrito, al lavoro con sudore, nervi, sorriso ed entusiasmo. L’espressione febbrile di una comunità in marcia. Uno strumento fondamentale rispetto al quale ogni sostegno, di qualunque tipo, assume il valore di un essenziale atto militante.

Resta da chiarire il perché di un nome così impegnativo e carico di significati anche ambigui. “Occidente” è, etimologicamente, sol occidens, sole che declina. E’, storicamente e geopoliticamente, quel lembo di terra nato per odio dell’Europa e che poi ha riassorbito il vecchio continente a suon di bombe al fosforo, imponendo al mondo intero un regime di arroganza, rapina e omologazione. E’ occidentale per rivendicare questo Occidente, il nostro Occidentale? Certo che no, e su questo non sussistono ambiguità di sorta.

Ma come dice Hölderlin, «là dove è il pericolo, là è ciò che salva». Non esistono fughe dal tempo, dallo spazio, da se stessi: occorre vivere a pieno e fino in fondo l’epoca che ci è toccata in sorte, assaporandone le contraddizioni fino a trasformare il veleno in farmaco. Occidente è il nome di un destino rispetto al quale non possiamo semplicemente voltare le spalle. E come nelle antiche saghe si attraversa il fuoco per uscirne rigenerati, allo stesso modo l’Occidente va attraversato, rimanendo immuni dalle sue seduzioni ma vivendone tutte le dinamiche con consapevolezza. Per riemergere infine al di sopra e al di là delle menzogne di un’epoca molle e senza cuore.

Per abbonarsi:

Versamento di 50 euro su contocorrente n. 92904168
intestato a Nuovo Saturnismo Soc. Coop. – via Napoleone III, n.8 – 00185 Roma

Causale: Abbonamento annuale Occidentale

Inviare poi una mail di conferma con nome, cognome ed indirizzo dove si vuole ricevere il giornale a redazione.occidentale@hotmail.it

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lunedì, 07 dicembre 2009

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Sessantotto anni fa l'attacco al Leviatano

Il 7 dicembre 1941 i piloti del Sol Levante attaccavano il borioso, arrogante, impunito, Leviatano colpendone la flotta a Pearl Harbour.
Urlo di attacco: Tora! Tora! Tora!

www.noreporter.org

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categoria:storia, in memoriam
domenica, 06 dicembre 2009

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venerdì, 04 dicembre 2009
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giovedì, 03 dicembre 2009
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giovedì, 03 dicembre 2009
Tratto da AugustoMovimento

Le poche righe che seguono non vogliono essere la minuziosa ricostruzione storica delle vicende che videro protagonista Bettino Craxi, ma semplicemente offrire una visione “altra” dell’ex leader socialista, al di là delle grida indignate delle legioni travagliane, ma anche delle rivalutazioni di comodo effettuate sia dal centro-destra (con Berlusconi che ne condivide l’aspra avversione alla magistratura) che dal centro-sinistra (penosamente alla ricerca di identità).

Craxi si avvicinò alla politica grazie alla militanza antifascista del padre durante la Seconda Guerra Mondiale, entrando di lì a poco nel Partito Socialista e non uscendone più sino al 1994, a causa dei ben noti scandali di Tangentopoli.

Negli infuocati scontri universitari dei suoi anni giovanili cominciò a maturare quella che sarà una costante del suo bagaglio politico: la gelosia per l’autonomia, del suo Paese e del suo partito. I socialisti in Italia infatti, vivevano costantemente all’ombra del PCI, schiacciati dalla forza elettorale e culturale del partito egemone della sinistra italiana. L’inversione di tendenza cominciò proprio con l’elezione di Craxi a Segretario del Partito Socialista, datata 1976. Bettino nel frattempo aveva maturato una notevole abilità ed esperienza, guadagnandosi la prima elezione in parlamento e svolgendo diversi incarichi di rilievo in Italia e all’estero, oltre a divenire il “delfino” di Pietro Nenni.
Eppure l’opinione pubblica conosceva poco o niente di questo giovane catapultato agli onori delle cronache, tanto che fu definito «signor Nulla» in un articolo di Fortebraccio sull’Unità. I “colonnelli” del PSI, come Giacomo Mancini, pensavano di poterlo controllare e manovrare dall’alto, ma sbagliarono clamorosamente i calcoli. Craxi favorì sin da subito le nuove leve del partito, dando inizio a quel ricambio generazionale che è stato definito «la rivoluzione dei quarantenni», che portò nuova linfa ai socialisti. Ad animare il rinnovato protagonismo di questi ultimi fu il fermento culturale acceso dalla rivista «Mondoperaio» di Federico Coen e da Norberto Bobbio, impegnati ad emancipare la sinistra italiana dal marxismo-leninismo.
Craxi si inserì perfettamente in questo contesto, plasmando un PSI indipendente e dalle solide e rinnovate radici culturali. Esse furono descritte nel saggio datato agosto 1978 intitolato Il Vangelo Socialista, da molti considerato l’atto di definitiva rottura dei socialisti con il comunismo. Partendo da Proudhon ed arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, il leader socialista tracciò il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista ed i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana.

In quello stesso anno, durante i 55 giorni del sequestro-Moro, fu uno dei pochi politici a spingere per l’apertura di trattative con le Br, contro la «linea della fermezza» espressa dai maggiori partiti del paese: DC e PCI. Questa inaspettata dimostrazione di coraggio ed indipendenza portò il leader democristiano a rivolgersi direttamente a Craxi in alcune lettere dalla prigionia, chiedendogli di fare il possibile per mobilitare la classe dirigente italiana, che però rimase sorda. Una fermezza pericolosamente vicina all’essere un colpevole disimpegno, come ribadito da recenti inchieste giornalistiche (vedasi ad esempio quella ad opera di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, culminata nel libro del 2008 Doveva morire).

Nel 1979 arrivò l’ennesimo “strappo” all’ortodossia ideologica della sinistra, con l’assenso all’installazione degli «euromissili» di matrice americana sul suolo italiano, in risposta allo schieramento degli SS20 da parte dell’URSS, che esponevano l’Europa a rinnovate e pericolose minacce. Una presa di posizione che fu subito bollata dai comunisti come la conferma dell’asservimento di Craxi agli USA e della “mutazione genetica” dei socialisti sotto il nuovo segretario. Ma queste facili letture verrano smentite dal tempo: il politico milanese dimostrerà che la scelta atlantica non impedisce al PSI di mantenere ampi margini di manovra su diversi fronti, che verranno rafforzati con la clamorosa elezione di Craxi a Presidente del Consiglio, datata 1983. Il caso più emblematico è ovviamente quello di Sigonella, il momento più alto di tensione tra Italia ed Usa di tutto il dopoguerra, in cui la concezione di sovranità nazionale imposta dal capo del governo risulta inaspettatamente vincente.

Inoltre fortissimo fu l’impegno per l’accelerazione del processo di integrazione europea, da costruirsi in opposizione al «vento di destra» di marca tatcheriana e liberista. Egli criticò sempre quelli che definiva «burosauri dell’europeismo, fautori di un’Europa tecnocratica, socialmente indifferente e moralmente assente», antitesi della sua visione del continente prima di tutto “politica”, marcatamente sociale ed espressione reale dei cittadini. Craxi vinse gli strenui tentativi d’ostruzione al processo di integrazione di Margaret Tatcher, riuscendo nel Consiglio Europeo di Milano del 1985 ad ottenere la convocazione di una conferenza intergovernativa dei primi ministri da cui discendono l’Atto Unico Europeo, la moneta unica e la lunga marcia verso la Costituzione.
Il suo terreno privilegiato d’impegno però fu quello mediterraneo, volto alla creazione di un vero e proprio asse commerciale e culturale con i paesi arabi. Incentivò collaborazioni ed interventi dell’IRI e dell’ENI nei paesi della zona, guadagnandosi ampio credito, come testimoniato dalla vicinanza delle autorità tunisine nei suoi ultimi anni di vita. Anche Arafat fu un suo grande amico, vista l’opera craxiana di opposizione alla «visione di un grande Israele, installato anche su territori che sono abitati ed appartengono a popolazioni arabe e palestinesi», come disse nel 1982, proprio dopo un incontro con il leader palestinese.
Ma l’apice venne raggiunto nel dibattito parlamentare seguente al succitato caso-Sigonella, dove giunse ad affermare: «Io contesto all’OLP l’uso della lotta armata non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che la lotta armata non porterà a nessuna soluzione. Non ne contesto la legittimità, che è cosa diversa» [guarda il video], portando ad esempio le lotte risorgimentali italiane, necessariamente violente nell’ottica dell’indipendenza nazionale. Craxi fu un profondo conoscitore e cultore del nostro periodo risorgimentale, divenendo nel tempo uno dei massimi collezionisti di cimeli garibaldini. Oltre a Mazzini, infatti, egli ammirava l’«eroe dei due mondi», non a caso fautore di un socialismo gradualista e riformista, in netta opposizione con Marx. Le relazioni congressuali del leader socialista verranno spesso arrichite con appassionati richiami a quelle lotte e quegli ideali, patrimonio da riscoprire in una società come la nostra, preda di «malattie moderne» e sempre più sommersa da «dubbi, disagi e terapie neuro-psichiatriche».
I congressi del PSI divennero nel tempo sempre più fastosi, grazie alle coreografie dell’architetto Filippo Panseca, visto che Craxi dimostrò ben presto di voler dare un’idea fortemente modernizzatrice di sé e del suo partito, sfruttando in pieno l’immagine ed i mass-media. L’attenzione si concentrò ben presto quasi esclusivamente su di lui, che aveva spazzato via poco democraticamente le correnti interne al PSI, e si era proposto al paese quale leader nuovo e credibile. La sua strategia fu premiata con la nomina a capo del governo, ma le critiche si erano succedute ininterrotte: Biagio De Giovanni parlò di tendenza ad «americanizzare la vita italiana», mentre Bobbio gli contestò aspramente il meccanismo di elezione per acclamazione e la scarsa dialettica interna al partito. Anche Enzo Biagi ed Indro Montanelli non furono teneri. Craxi ovviamente ribatté alle accuse parlando di un partito che aveva trovato l’unità, facendone l’arma per agire più efficacemente.
Nei quattro anni come Primo Ministro (1983-1987), difatti, non mancarono gli eventi significativi: il primo da segnalare è il raggiungimento del quinto posto tra i paesi industrializzati dellItalia, superando la Gran Bretagna, nel gennaio 1987. «Il maggior successo della storia repubblicana» secondo Giano Accame, intellettuale di destra autore del libro Socialismo Tricolore.

Una definizione calzante per la politica craxiana, che mentre promuoveva il progressismo, portava a termine il nuovo concordato Stato-Chiesa, valorizzava come non mai il Made in Italy, ammetteva Almirantecombatteva le droghe leggere, rifiutava la tesi dello stragismo fascista, riscopriva il garofano quale simbolo e concludeva i congressi al grido di: «Viva l’Italia!».
Inoltre, secondo l’acuta lettura dello storico Marco Gervasoni, il governo-Craxi «evitò ogni privatizzazione» e «cercò sempre il coinvolgimento dei sindacati nella politica della concertazione. Il risanamento passò anche dall’intervento sulla scala mobile. (…) Le politiche economiche dei governi di quegli anni recavano il segno di una sensibilità sociale. Certo si può obiettare che la riduzione dell’inflazione fu facilitata dal mini-boom e si potrebbe dire che tale sensibilità era più il frutto dell’uso politico della spesa pubblica a fini di consenso. Ciò non toglie che gli interventi di allora furono incisivi e costituirono un precedente per gli esperimenti di aggiornamento delle policies socialiste in un periodo di sfide tutto nuovo».
Ma ovviamente ci furono anche aspetti negativi, in primis la crescita esponenziale del debito pubblico, venti punti percentuali secondo gli accurati dati dello Studio Ambrosetti.
Ma ciò che più gli costò fu la mancata attuazione del suo cavallo di battaglia: La «Grande Riforma»«Non è il paese in ritardo con la Costituzione antifascista, ma la Costituzione fatta all’indomani del trauma della dittatura ad aver disegnato un’attività istituzionale in ritardo sulle esigenze di legiferare e governare», chiarì il giornalista e politico del PSI Ugo Finetti).
Così proprio lui, il più grande fautore del cambiamento, rimase schiacciato dal tacito e convergente interesse alla staticità politica di concorrenti dotati di numeri più pesanti.
Terminata la fruttuosa esperienza di governo a guida socialista, i partiti storici del paese iniziarono un periodo di declino, accompagnato dall’emergere di nuovi fenomeni come quello della Lega Nord (da Craxi aspramente criticata quale movimento «qualunquista e razzista»).

Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e del sistema sovietico diede definitivamente ragione alle battaglie anticomuniste di Craxi, che sin dagli anni giovanili era stato accanto al mondo dei dissidenti di quei paesi. Le sue opere in questo senso furono innumerevoli: dalla candidatura al Parlamento Europeo dell’esule cecoslovacco Jiri Pelikan, alla promozione della «Biennale del dissenso» del ’77 (alla quale fu l’UNICO capo di partito italiano a partecipare), fino alla vicinanza culturale e finanziaria ai movimenti d’opposizione al sistema. Per capire la dimensione della sua opera, basti ricordare le parole di Lech Wałęsa (foto), leader di Solidarność: «Non saprei dire oggi come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Craxi».
È soprattutto per queste azioni che il PCI vide Craxi come fumo negli occhi, poiché il partito di Botteghe Oscure veniva da lui costantemente messo davanti alle proprie contraddizioni. Le legnate del leader socialista non risparmiarono nessuno: dal “padre nobile” Togliatti fino a Berlinguer, con cui si aprì uno scontro all’insegna della diversità politica, d’immagine e di carattere. Tanto austero il sardo quanto spregiudicato e giovanile il milanese, e basti qui citare il cosiddetto periodo della «Milano da bere».
E siamo arrivati ora a Tangentopoli. Craxi fu sicuramente uno dei maggiori responsabili dell’acuirsi della pratica tangentizia, anche per via della sua sfrenata ricerca di spazi politici (la stessa che lo portò a favorire smaccatamente l’imprenditore amico Silvio Berlusconi). Ma l’esito di quel periodo di inchieste non può che lasciare interdetti. Intere parti politiche furono praticamente risparmiate, ed il PCI, parimenti colpevole e per di più finanziato dall’URSS, ne uscì lindo e pulito.
Nel suo libro Il Caso C., Craxi denunciò tutte le anomalie ed abusi di stampa e magistratura (“contro” la quale aveva già promosso il refendum per la responsabilità civile dei giudici, che ebbe esito favorevole ma rimase lettera morta), che lo portarono a sospettare un «complotto» ai suoi danni. Ma l’atto più clamoroso del leader socialista fu sicuramente il discorso pronunciato alla Camera il 3 Luglio 1992, in cui accusò tutti i politici presenti di essere al corrente del finanziamento illegale ai partiti, sfidando chi dissentisse dalle sue parole ad alzarsi. NESSUNO lo fece. [guarda il video]

Nonostante questo Craxi passò come capro espiatorio, mentre altri esponenti della prima repubblica torneranno sulla scena di lì a poco.

Il fatto poi che il polverone si alzò dopo le elezioni del ’92, che, seppur in un clima di sfiducia popolare, avevano visto Craxi affermarsi come unico candidato possibile alla Presidenza del Consiglio, ha portato Finetti a sostenere che «il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi è visto con avversione, si configura come la riaffermazione di una centralità del potere politico e di riflesso dello Stato. Alla sua pretesa di “dialettizzare” i vertici imprenditoriali sostenendo l’emergere di nuovi soggetti si aggiunge la riluttanza che sempre più manifesta alla cessione di porzioni strategiche che sono in mano pubblica. In un paese come l’Italia ogni smottamento è frutto di una pluralità di concause. Per i più – magistrati, uomini d’affari, operatori culturali – l’anticraxismo è stato molto semplicemente un’opportunità professionale. Nel rifiuto di assurde dietrologie non bisogna negare l’evidenza e cioè il fatto che Craxi è stato colpito per via extraparlamentare, da forze extraparlamentari e che all’epoca in Italia la più consistente opposizione a Craxi non era nel mondo politico, ma in quello economico-finanziario».

Una tesi che fa il paio con le ricostruzioni di Sergio Romano e Francesco Cossiga, che videro lo zampino della finanza inglese (nazione per di più da sempre ostile ad azioni indipendenti italiane sul Mediterraneo) nello scompaginamento del panoramana politico italiano, per poter approfittare della svendita del patrimonio pubblico. L’incontro del panfilo Britannia tra banchieri della City ed esponenti del mondo economico italiano è stato descritto in lungo e in largo, e la concezione di politique d’abord di Craxi era ciò che di più scomodo potesse esserci a questo disegno. Complottismo? Quello che è certo è che mai come nel periodo seguente a Tangentopoli si è assisto a privatizzazioni continue (proprietà del Ministero del Tesoro, come: Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl; dell’Iri come Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, Ilva, Stet; dell’Eni: come Enichem, Saipem, Nuovo Pignone; dell’Efim e di altri enti a controllo pubblico, come: Istituto Bancario S. Paolo di Torino e Banca Monte dei Paschi di Siena; di enti pubblici locali, come Acea: Aem, Amga. Solo per dare l’idea...). Mentre la corruzione e l’incapacità della classe politica non sembrano minimamente estirpate. Anzi…
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giovedì, 03 dicembre 2009
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giovedì, 03 dicembre 2009
Gli Statuto sono una band di sinistra che gode di molti estimatori anche tra i fascisti. Diverse sono le canzoni in cui si riesce a trovare una sorta di continuità ideale, anche se assolutamente non voluta.
In particolare postiamo questo loro video consapevoli di provocare il mal di pancia a chi ancora non ha capito che sono passati 150 anni dalla creazione di questo stato e che fa finta di non ricordare quanti martiri patrioti abbiamo avuto sotto quella bandiera rivoluzionaria che è il tricolore.
E' impossibile non riuscire a cogliere la direzione che ha preso la storia della nostra nazione portandoci dritti
al Fascismo, che non dimentichiamolo mai, stravedeva per gli eroi risorgimentali.

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categoria:video
giovedì, 03 dicembre 2009


"Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro".

[Benito Mussolini in Diario della volontà]
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giovedì, 03 dicembre 2009
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mercoledì, 02 dicembre 2009
Manifestazione di protesta contro l'Ersu organizzata dal Blocco Studentesco, Giovenù Italiana e il Coordinamento Studenti Unipa.
<a href="http://www.anonym.to/?http://www.youtube.com/watch?v=CME77L9hBHQ" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=CME77L9hBHQ</a>


Per rinfrescarvi la memoria:
http://www.bloccopalermo.splinder.com/post/21732494/Universit%C3%A0+di+Palermo%2C+Studen
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categoria:video, blocco studentesco
mercoledì, 02 dicembre 2009
Giovinezza Creativa: serata Dinamo organizzata al Durden in Via San Gaetano 22, Catania. Durante la serata esibizione degli Outcrash e degli Svendita totala, band emergenti nel panorama studentesco.

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categoria:video
mercoledì, 02 dicembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 11:55 | Permalink | commenti
categoria:immagini