Pino Caruso dal palco del Bagaglino cantava nel 1967 "Il mercenario di Lucera" raccontando di un mondo sommerso, quello dei soldati di ventura che partivano dall'Italia per l'Africa inseguendo un sogno più che una paga. Così Girolamo Simonetti, ex mercenario in Congo, scriveva nel suo libro di memorie Il bottino del mercenario le motivazioni che lo avevano spinto da un giorno con l'altro a partire: "Ma in realtà tra un bicchiere di Barbera e l'altro, tra i fumi dell'elisir di Bacco, si librano i nostri sogni, gli entusiasmi di una giovinezza piena d'ardori, di voglia di dare; dare qualcosa che L'Italia di oggi non chiede più, una merce d'altri tempi: il coraggio, il desiderio di confrontarsi per un'ideale: eredità dei nostri padri, che Coca-Cola, Beatles e benessere non sono riusciti a soppiantare in tanti giovani come noi. Già, il benessere. La Fiat 850, il mutuo, le cambiali, il cartellino da timbrare, la cravatta, il Corriere della Sera e poi...venti giorni in pensione a Rimini. No, grazie. Preferiamo una foresta africana, una pozza d'acqua salmastra per dissetarci, una logora divisa kaki che rappresenti qualcosa di nostro in questo mondo di comparse stralunate che non sanno da dove vengono, né dove vanno. Un mondo nel quale gli ideali sono da identificarsi nella tredicesima, nel passaggio di categoria, nel posto al ministero...E noi, pecore nere, a rifiutare la putrescenza del tran-tran quotidiano sognando...".
Il brano è tratto dall'album della Compagnia dell'Anello "Concerto per Almerigo", concerto svoltosi a Trieste in ricordo di Almerigo Grilz, giornalista e reporter di guerra dell'agenzia indipendente Albatros Pres, fondata insieme a Fausto Biloslavo, caduto in Monzambico, mentre stava svolgendo, coraggiosamente il suo lavoro.
Bagaglino -- «Bisogna andar col pensiero a quella che, intellettualmente e artisticamente, era la povera bigotta, parruccona, provinciale, filistea, piccolo-borghese Italia di allora, per capire tutta l'importanza che Anton Giulio Bragaglia, e il gruppo di giovani raccolti intorno a lui, hanno avuto nel rinnovamento dell'arte e della letteratura italiane». Così Curzio Malaparte, in uno dei suoi Battibecchi, rendeva onore alla figura del regista e letterato futurista Bragaglia (1890/1960). Un giudizio condiviso dai sei pionieri che, nel novembre '65, fondarono il primo locale di cabaret romano e che avrebbe dovuto chiamarsi, per l'appunto, "Bragaglino". Gli eredi del poliedrico artista -- tuttavia -- negarono l'autorizzazione all'utilizzo del nome, la "r" sparì e nacque il Bagaglino. La pattuglia -- costituita per intero da giornalisti che si definivano "anarchici di destra" -- era formata da Luciano Cirri del Borghese, Gianfranco Finaldi, Pier Francesco Pingitore e Piero Palumbo dello Specchio, Raffaello Della Bona del Secolo d'Italia e Mario Castellacci, redattore Rai e autore della canzone cantata dai giovani della repubblica sociale Le donne non ci vogliono più bene. La prima location è una cantina in vicolo della Campanella, nei pressi di Piazza Navona. Sul palco si alternano musicisti, attori, comici, cantanti che faranno strada: Oreste Lionello, Pino Caruso, Pippo Franco, Lando Fiorini, Lino Toffolo, Bruno Lauzi, Gabriella Ferri e tantissimi altri protagonisti dello spettacolo d'intrattenimento. Al microfono si esibirà spesso anche Leo Valeriano, l'apripista della musica alternativa. L'ironia della comitiva -- pungente, libera, mai allineata e capace di ridere di una classe politica che si prendeva troppo sul serio -- non manca di suscitare la reazione stizzita della critica militante, che liquida come "qualunquista" la satira del Bagaglino. Giudizio che non intacca minimamente l'entusiasmo di un gruppo che -- come il Cirano di Guccini -- trova nello "spiacere il suo piacere", il proprio motivo fondante. Idea, del resto, chiarita sin dagli esordi dell'avventura, nel primo numero della rivista omonima pubblicata dal Bagaglino: «Si può essere "contro" soltanto nella misura in cui si è, veramente, "fuori"».